Gli albori del ciclismo in Italia: le prime società, la nascita dell’UVI fino alle prime grandi corse, di C. Delfino

Tralasciamo, per non essere ripetitivi con analoghe pubblicazioni, la storia dello sviluppo del mezzo a due ruote e le successive migliorie tecniche che accompagnarono la bicicletta fino agli inizi del XX secolo. La nostra breve revisione storica inizia nel gennaio del 1870, quando un barone francese residente a Firenze fondò il Veloce Club Fiorentino. Dopo pochi giorni si corse la Firenze Pistoia, non la prima in assoluto, ma corsa che resistette tra alterne vicende fino a una decina di anni fa. Si succedettero in Toscana altre competizioni. Questo primo sodalizio si sciolse dieci anni dopo e si ricostituì quasi subito col nome di Circolo Fiorentino dei Velocipedisti. Nel mesi di marzo dello stesso anno si fondò in Lombardia Il Veloce Club Milano. Una targa datata 1930 ricorda l’evento dell’inaugurazione (50 anni) della sede nei bastioni dell’attuale Porta Volta.

                                               Carlo Delfino, storia del ciclismo 

Organizzate dai milanesi nacquero naturalmente gite sociali, scuola per principianti e qualche competizione come Il leggendario Giro dei Bastioni (8 gennaio 1871) vinto da Pasta Giuseppe davanti a Bagatti Valsecchi Fausto alla media di circa 20 km/ora. Altre manifestazioni competitive furono la Milano Novara e la Porta Venezia-Porta Tenaglia, corsa di velocità.
Ma nonostante le gare prevaleva l’aspetto ludico e di socializzazione, data l’origine preminentemente nobiliare degli iscritti al Club; a causa di ciò subentrò un certo malcontento da parte degli “agonisti” che si smarcarono dall’Associazione e iniziarono a promuovere vere e proprie competizioni come la Milano Piacenza e la Milano Crema.
Nel 1875 sorse il Veloce Club di Brescia. Nel 1875 il Veloce Club Torino, che cambierà nome nel Veloce Club Torinese: uno dei dirigenti entusiasti fu Giovanni Agnelli, capostipite di una ben nota famiglia. Questo ultimo sodalizio piemontese si rese autore di quattro iniziative importanti e storiche: la costruzione della prima pista italiana, l’organizzazione del primo Campionato Nazionale, la creazione del primo giornale di ciclismo (la Rivista Velocipedistica), e la fondazione dell’Unione Velocipedistica Italiana.
Ormai il movimento era inarrestabile e le società spuntavano come i funghi. Nacque il Veloce Club Alessandria (divenuto poi con Carlo Caveneghi, Circolo Velocipedisti Alessandrino) e a Genova Geo Davidson fondò la sezione velocipedistica della Cristoforo Colombo; nel 1886 organizzerà anche i Campionati Italiani pista e strada.
Insomma, a metà degli anni ottanta ben 24 erano le società regolarmente costituite. Per stimolare eventuali ulteriori ricerche andiamo ad elencarle.

Carlo Delfino, storia del ciclismoCarlo Delfino, storia del ciclismo
























Come abbiamo precedentemente affermato L’UVI, l'organismo che riuniva tutte le realtà ciclistiche italiane, fu costituita a Torino nel 1884 sulla scia delle altre nazioni (in Gran Bretagna – 1880 - con la National Cyclist Union, in Francia – 1881 - con l'Union Vélocipedique de France; poi in Danimarca, Olanda, Canada, Irlanda, Germania e così via).

L’occasione fu lo svolgimento della riunione velocipedistica in concomitanza con l’Esposizione Generale di Torino nei giorni 23-24-25 agosto, riunione a cui furono invitate tutte le società, con attribuzione di voti in proporzione al numero degli iscritti. La riunione si svolse non senza contrasti soprattutto sulla definizione di professionisti e dilettanti. Comunque sia, il verbale finale riporta che “ il 26 agosto 1884 è fondata a Torino tra le società velocipedistiche del Regno L’Unione Velocicpedistica Italiana avente per attribuzione di curare gli interessi dei velocipedisti nelle città, viaggi, corse, ritrovi ecc.”.
In seguito fu messa ai voti la città che avrebbe dovuto essere sede dell’UVI e vinse Milano. Il tutto si concluse con una immancabile colazione e una corsa su pista alla quale furono invitati a prendere il via anche atleti stranieri. Per finire si disputarono batterie e finali che decretarono il primo campione nazionale di velocità: il milanese Loretz Giuseppe che montava un biciclo di ferro alleggerito con ruote cerchiate Pirelli costruito nelle officine Balbiani di Milano.

                                             Giuseppe Loretz, storia del ciclismo

In quel tempo Loretz era impiegato presso la ditta Pirelli; il titolare in persona gli concesse il permesso speciale di 5 giorni per andare a Torino, con l’accordo che avrebbe dovuto montare sul biciclo gomme della ditta e con l’intesa che se non avesse vinto sarebbe stato licenziato…

Loretz l’anno dopo (non sappiamo se alle stesse condizioni lavorative) vinse anche il Campionato Nazionale di resistenza sul percorso Milano Cremona Milano di 160 chilometri. Possiamo quindi affermare che fu il primo corridore “completo” come si intende oggi.
Ma gli inizi non furono rose e fiori. Sorsero contrasti esasperati tra le società di Milano e Torino al punto che mancò l’accordo sulla elezione dei componenti del Consiglio Direttivo. Si susseguirono nuove adunanze e abboccamenti che portarono un anno dopo a un nuovo statuto compilato sulla scorta delle altre consorelle internazionali.
Nel 1886, a Como, fu nominato presidente l’Avv. Gustavo Brignone e la sede fu trasferita a Torino.
Da quel momento il velocipedismo progredì a grandi passi e da tutta Italia arrivarono domande di affiliazione di nuove società e richieste di licenze e approvazione di gare.
Tutto bene fino al fatale anno 1894 quando un gruppo di ciclisti milanesi, sotto la spinta di Nessi, Bertarelli e Citterio, decisero di fondare un Touring Club (struttura già esistente a Londra) anche in Italia. L’8 novembre nacque Il Touring Club Ciclistico Italiano.
I dirigenti dell’UVI, sorpresi da tale colpo di mano, pensarono di comprendere tra le mansioni del proprio ente anche la parte turistica, creando a tale scopo una sezione e dirottando su di essa gran parte degli introiti sportivi.
L’antagonismo durò per quasi un lustro dando luogo a polemiche marcate sui giornali sportivi italiani che parteggiavano ora per l’UVI ora per il TCCI. Durante questo periodo, i dirigenti UVI trascurarono pesantemente la parte sportiva e non vollero affiliare la loro creatura all’International Cyclist Association col solo risultato di non poter partecipare ai Campionati del Mondo che già dal 1893, all’estero, venivano svolti regolarmente. L'Italia era quindi di fatto esclusa dal panorama organizzativo internazionale.
L’UVI finì sepolta da una montagna di debiti per un gioco di meschine ripicche; si spendevano ingenti cifre cercando di primeggiare sul TCCI. Si arrivò così al Congresso di Verona dove fu deciso l’abbandono dell’attività puramente turistica. Nacque anche una sorta di Sindacato Corridori con il chiaro intento di soppiantare l’UVI e far funzionare ogni attività agonistica.
Ma nel Congresso di Genova del febbraio 1898 i delegati fecero piazza pulita della vecchia dirigenza e affidarono l’UVI a un nuovo competente Comitato Direttivo che liquidò di tasca propria il dissesto finanziario precedentemente creatosi e iscrisse finalmente l’UVI all’Associazione Internazionale.
Sul finire del 1898 si stabilì che la nuova sede dell ‘Unione sarebbe stata ad Alessandria e si individuava il nuovo Presidente nel Cav. Cavenenghi.
Dal 1898 in poi fu mantenuta in vita con ingenti premi la Coppa del Re e furono inviati, a spese sempre dell’UVI, i nostri rappresentanti ai Campionati del Mondo.
Col nuovo secolo l’iniziativa ciclistica organizzativa della Gazzetta dello Sport diede un contributo fondamentale al movimento delle due ruote, accrescendo l’entusiasmo e la passione popolare. Nacquero Il Giro di Lombardia, la Milano Sanremo e il Giro d’Italia.
Ma questa è una storia che conosciamo tutti abbastanza bene.
 
Carlo Delfino






 

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