Le Fiandre col cuore, di D. Squarzon

                                Vacamora 2015

Koen è un ragazzotto alto e magro, avrà forse trent’anni, slanciato, col viso affilato come i campioni, gli zigomi che sembrano due salite, gli occhi furbi e le gambe che pigiano sui pedali come due motori, depilate, i polpacci scolpiti. Sembra uno di quei passistoni che tirano le volate ai grandi. Lo si vede lontano chilometri che in bici ci sa andare, ci sa stare e che ci ha corso, o addirittura ci corre ancora. Sulle tasche posteriori della maglia la scritta in inglese non lascia spazio a dubbi. E’ l’equivalente di una nostra “Guida”, ed infatti ci accompagna a zonzo fra le colline lastricate di pavé delle Fiandre. Anzi, “del” Fiandre. Della “Ronde van Vlaanderen”, come si dice in fiammingo. Perché loro, i Fiamminghi, sono solo Fiamminghi, mica Belgi. E la loro lingua è il fiammingo, mica il francese. Il fiammingo da quel che riesco ad intuire più che a capire è un insieme di più lingue, ma non assomiglia a nessuna lingua. E’ fiammingo. Punto e basta. E loro parlano quello. E se fra loro parlano nella loro lingua, hai voglia! Non ci si capisce nulla. Zero assoluto. Il francese lo parlano, se glielo fai parlare, se glielo chiedi con cortesia e se capiscono che è per il fatto che alternative non ne hai tu, mica loro. O quello, il francese, oppure i gesti, visto che noi italiani con l’inglese siamo (quasi) tutti rimbambiti.

Quando partiamo, al mattino prima delle otto, un sole luminosissimo fa sembrare questo paese posto nel cuore delle Fiandre un pezzetto di Italia, ma la temperatura ci ricorda che siamo al nord. Molto al nord. Mille chilometrini circa di latitudine nord rispetto al paesello natio. Sei, forse otto gradi. E ce lo ricorda non solo la temperatura. Dinanzi all’hotel dove alloggiamo, che arriva dritto dritto da un restauro di una base tedesca della seconda guerra mondiale dove dormivano i comandi delle truppe schierate in zona, parallele alla carreggiata corrono due corsie completamente in pavé, quello del nord, di certo non i sanpietrini delle nostre città. Pavé vero, PAVE’ maiuscolo, duro da pedalarci, durissimo da caderci e anche solo da accettare sotto le ruote. Una corsia a destra e l’altra a sinistra della strada, larghe un paio di metri e riservate entrambe a parcheggio per le auto. In pavé. Completamente in pavé per alcuni chilometri. Ma prima delle otto di un sabato mattina qualunque sono libere, e come le vedo non resisto. Mi ci fiondo sopra, visto che sogno il pavé da quell’indimenticabile 1978, da quel giorno di aprile quando mi incantai a bocca aperta davanti alla tv per piangere sui pedali con Francesco in maglia iridata su pietre simili a queste, in mezzo alle campagne francesi. E adesso che son qua, che cosa vuoi, che non faccia il pavé? Sarebbe da pazzi. Sogni una cosa per quarant’anni e poi per una volta che ci sei, la eviti perché ne hai paura? Ma non esiste! Paura? E di che cosa…? Se cado e mi rompo poi mi aggiustano, ho sicuramente più paura che si rompa la bici e di conseguenza di dover salire in furgone, senza poter fare il pavé. E allora via, su quei sassi tanto agognati, con i sobbalzi che scuotono tutto: bici, uomo, muscoli e pensieri, cervello, emozioni e sentimenti. Tutto è lì, su quei sassi che mi sembra di adorare da sempre. E allora via, sempre, appena possibile e tutti i metri possibili, uscendo solo per evitare qualche auto parcheggiata e cercando di entrare in sintonia con quelle pietre meravigliose. E allora via, per entrare in sintonia… in sintonia… ma come cazzo si fa ad entrare in sintonia con dei sassi? E poi, da quando in qua i sassi sono meravigliosi? Ma cosa sto dicendo? Non è che sto diventando vecchio? Non è che sto già bellamente immerso nel rincoglionimento più totale?
Ad un certo punto, dopo un paio d’ore di pedalata, tutto il pavé possibile e qualche salitella fiamminga, che tutto sembra tranne che salitella viste le pendenze, mi si avvicina Nino, il mio compagno di camera.
“Sai - mi fa Nino - Koen mi ha chiesto che cos’hai, che devi essere matto, mi chiedeva come mai vai sempre sul pavé anche quando c’è l’asfalto”.
Lì per lì non so cosa rispondere, sono talmente preso da questa giornata che non so neppure cosa rispondere. Guarda caso, dopo qualche minuto mi si avvicina proprio Koen. Chiacchieriamo cercando di conoscerci, parliamo di passioni, di bici soprattutto, prima in inglese, con quei timidissimi tentativi maccheronici che mi fanno impallidire di vergogna, poi in francese, per un buon lasso di tempo. L’argomento in comune, la bicicletta, magicamente ci avvicina anche se così lontani come età, capacità fisiche, lingua. Ad un certo punto, sempre in francese, (lo ha capito anche lui, che se vuole conversare non ha alternativa…), Koen mi fa:
“Sai, è da stamattina che guardo come pedali, come affronti il pavé, come sei messo in bici. Hai il sorriso stampato in volto da quando siamo partiti. Per te questa deve essere una giornata particolare, e poi ti devo dire che secondo me in bici hai qualche cosa di particolare… non so, tu sei un ciclista particolare, tu non vai in bici semplicemente, tu la bici la vivi. Tu rule avec l’aime, avec le coeur. Tu pedali con l’anima, col cuore”. Detto in francese, sembra facile da capire, ma glielo faccio ripetere un paio di volte, non mi capacito di che cosa mi stia dicendo questo TGV fiammingo a pedali. E non so capire che cosa abbia capito di me in bici dopo solo due o tre ore sui pedali. Boh!
Fatto sta che dopo qualche altro chilometro, un po’ per la temperatura che si fa un pochettino più accettabile, un po’ per i residui lasciati da saliscendi continui e da ritmi anche allegri in certi tratti, mi tolgo il gilet e mi abbasso i manicotti sui polsi. Non faccio in tempo a rimettermi sul manubrio dopo aver arrotolato i manicotti che Koen mi si riaffianca, e sempre in francese mi dice:
“L’avevo detto io, l’avevo capito, sai. Tu hai qualche cosa di particolare. Hai perfino il tatuaggio della bici sul braccio”.
E parliamo ancora della nostra comune passione. Ad un certo punto, divenendo serio, mi chiede se può farmi una domanda personale. Oddio, penso, che cosa vorrà mai chiedermi? Acconsento, e lui continua, con lo sguardo diritto davanti a sé:
“Ma, per te, questo tatuaggio, ha un significato particolare? Sinceramente non credo che questo sia un tatuaggio fatto tanto per fare, solamente per il fatto che sei appassionato di bici, ma guarda che se vuoi, se sono cose troppo personali, puoi anche non dirmi nulla”.
Ripenso alla storia del mio tatuaggio. Io che non sono certo uomo da tatuaggi, io che mai avrei pensato di farmene uno, io che ho sempre giudicato male chi li faceva. La corrispondenza dei miei cinquant’anni con l’intervento chirurgico di mia moglie Cecilia e la sua felice convalescenza, poi il tunnel buio per me e l’uscita anche per me felice, e la voglia di imprimere sulla pelle tutto questo, omaggiando con la bicicletta sul braccio alla vita tutta. Solo che spiegarlo a Koen, fiammingo, in francese, … azzarola, come faccio? Lì per lì dico a Koen che Gaetano sa la storia, casomai la racconto a lui con maggiori particolari e poi lui gliela traduce in fiammingo, poi mi dico:
“Ma vuoi proprio vedere che in francese non riesco a raccontare la mia storia? Son mica scemo, in fondo…”. E comincio:
“Senti Koen, tu ci hai azzeccato, questo non è un tatuaggio così, puro e semplice, fatto tanto per fare. Sai, questo è un pezzetto della mia vita, ed io, nel mio francese poco Francia e molto Italia provo a raccontartelo”.
Nel giro di qualche chilometro ed una salitella da togliere il fiato, ho finito il mio racconto. Adesso Koen sa la mia storia. Mi è a fianco. Si gira, sorride soddisfatto, mi guarda dritto negli occhi e sbuffa come per dire
“cazzo, l’hai scampata bella, amico”.
Mi poggia il braccio sulla spalla e continua:
“Vedi che l’avevo capito che tu pedali con l’anima? Ma io e te, sai, siamo uguali, per questo avevo capito molto di te, e devi anche sapere fin da subito che pure io pedalo col cuore, e siccome pure io pedalo col cuore, guarda questo”.
Si alza la maglia sul fianco destro, ed ecco un cerchio blu, un cerchio perfetto. Una ruota di biciletta stilizzata e tatuata sulla pelle viva.
E ancora, continua:
“Noi due pedaliamo entrambi con il cuore, con l’anima, “avec l’aime”, l’avevo capito subito, ed il tuo tatuaggio me ne ha dato conferma. Ed anche io il tatuaggio l’ho fatto per motivi personali ben precisi. Per storie di vita forti. Sai, anche per me la bici è molto, molto di più di due ruote ed un manubrio. La mia donna lo sa, la mia famiglia, i miei genitori, anche. Appena posso devono lasciarmi andare, sanno dove sono, io sono in bici. Ed il sabato mattina, qualunque possa essere il tempo belga, io non ci sono per nessuno, il sabato mattina sono solo suo, siamo solo io e lei, io e la mia bici. Col sole, con la pioggia, con il caldo o con il freddo. Io e la bici. Per buona parte del sabato. Punto. Questa mi aiuta ad affrontare tutto”.
E le accarezza il manubrio. Poi mette le mani nella curva sotto, si alza sui pedali e in quattro pedalate è davanti, a guidare il gruppo di questi italiani venuti da lontano a pregare il Dio del Pavé.
Sentimentale che non sono altro. E pure Koen dovevo trovare, che mi dice ‘ste robe, a rinforzare i miei sentimenti. Ripenso a quella chiacchierata mentre completiamo il giro, bellissimo, nelle Fiandre, col Koppenberg pedalato per intero, naturalmente sul pavè, e la promessa di tornare quanto prima per poter fare i muri che oggi non abbiam potuto affrontare per non metterci le gambe in croce in vista della Roubaix di domani. A malincuore, ma ne abbiam saltati parecchi. La promessa di tornare per quel che mi riguarda non rimarrà tale. Di sicuro.
E non è finita. La sera stessa, siamo ospiti alla cittadella dello sport di Kortrijk, un centro sportivo completo, campi e campetti, piscine e pallavolo, pallamano e basket, calcio e bocce, e tanto altro, dove abbiam visto impianti in funzione fin dal mattino prima delle otto e poi chiudere con noi, verso le dieci di sera. Con bar annesso, e sala dove mangiamo il Barbeque Fiammingo, e musica, e giovani che fanno festa, e birre, e tante, tante birre. Quasi come da noi, in Italia… Ci danno due “buoni birra” compresi nella cena. Se ne vuoi di più, te le paghi. Giustamente. Naturalmente, i buoni non bastano. Domani c’è la Roubaix, ma stasera si festeggia. Mi alzo per prendere una delle mie birre, e Koen, che fino a quel momento aveva mangiato nel tavolo di fronte, di spalle a noi, mi vede e mi chiama. Mi dà uno scontrino, sul cui retro ha scritto la sua mail, il suo cellulare ed il suo indirizzo, e dice, sempre in francese, che se mai dovessi tornare in Belgio lui PRETENDE che lo chiami, che vada a trovarlo, e che lui è disposto a farmi girare tutte le Fiandre sui pedali, a farmi ingolfare di salite e di pavé. Poi mi vuole presentare alla sua giovane moglie ed a sua mamma come “l’Italiano che pedala col cuore”. Dice loro, in francese in modo che pure io capisca, che io e lui siamo uguali, sempre tenendomi un braccio a cingere le mie spalle, mi fa conoscere la sua splendida bimbetta, bionda come il grano e con gli occhietti vispi come un furetto, alla quale farà poi recitare una poesia dedicata alla bicicletta, ovviamente in fiammingo, in piedi sul tavolo. Mi abbraccia e mi chiede se possa raccontare alla sua famiglia, questa volta nella sua lingua, la storia mia e del mio tatuaggio. Acconsento, io non capisco un’acca, vedo solo che loro, le sue donne, si commuovono, mi stringono nel loro cerchio di affetto ed anch’io mi lascio andare per un attimo all’emozione nel bel mezzo di questo momento di amicizia inaspettata.
Poi, a completamento della particolare giornata, quel bicchiere di birra “Kwaremont”. E quando si dice bicchiere si intende il vetro, non la quantità di bevanda contenuta nello stesso. Anche questa è una piccola storia tutta da raccontare. Il bicchiere, anzi il calice della Kwaremont è molto, molto particolare. E racconta in un solo pezzo di vetro di quanta passione possa mettere un intero popolo nello sport della bicicletta. Che nelle Fiandre è una religione, non è mica uno sport. Il Kwaremont è ovviamente la marca della birra. Un’ottima birra ambrata. Ma è pure uno dei più famosi “Muri” del Giro delle Fiandre ciclistico. 6,6% sono i gradi della birra. Ma 6,6% è pure la pendenza media del muro in questione. Sul gambo del calice vi è impresso un ciclista in miniatura. Ovviamente in salita, in piedi sui pedali. Come si affronta il Kwaremont, d’altronde. Sul fondo del calice vi è impresso un tratto di pavé. Ma non è un pavé qualunque. E vorrei ben vedere…! Ovviamente, non può che essere un tratto ben preciso del pavé del Kwaremont. E se qualcuno di buona volontà, armato di macchina fotografica, riesce a riprodurre il tratto esatto del pavè impresso sotto al calice, l’azienda produttrice della birra gli fa recapitare a casa, ovviamente gratis, ben 50 litri (si, cinquantalitritonditondi) della birra in questione. Ma pensa tu che roba, che passione, che sentimento.
Il giorno dopo, si parte in pullman alla volta della Foresta di Arenberg. Ma questa, ovviamente, è un’altra storia.
Grazie infinite Amici belgi, anzi fiamminghi, grazie Koen per le tue esternazioni e per il tuo animo buono, grazie Gaetano per la passione, grazie Carlo per la pazienza e per l’ottima e instancabile guida durante i due viaggi di andata e ritorno, grazie Renato, grazie Vacamora per il viaggio organizzato con sentimento, grazie compagni di bici e di furgone tutti. Credo sia chiaro il perché questa giornata vissuta interamente sui pedali mi sia rimasta impressa chiaramente nella testa e nel cuore. Sarà che sono un sentimentale, sarà che non riesco a nascondere mai ciò che provo, sarà che riesco anche a cinquanta e rotti anni ad emozionarmi come un bimbo di fronte alle piccole cose, ma la trasferta in Belgio, pur con un viaggio interminabile di andata ed uno altrettanto lungo di ritorno in soli quattro giorni, mi è piaciuta molto. Veramente molto. Anzi, moltissimo. Le persone l’hanno resa unica, il pavé l’ha resa indimenticabile.
Io, dal canto mio, sto ancora pensando se sia vero ciò che Koen mi ha detto. Ma sarà vero che io pedalo con l’anima? So solamente che di fatica ne faccio sempre tanta, ma tanta, che mi sembra strano, quasi impossibile, possa trattarsi solo di anima…!
 
Diego Squarzon

Vacamora 2015












 

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