Cultura ciclistica, pedalate d'epoca, crescita di un movimento, di C. Delfino

Carlo Delfino


12 ottobre: Cristoforo Colombo (ri)scopre l’America. 11 ottobre: Milano (ri)scopre la bicicletta d’epoca. In effetti mi sembrava strano che la “capitale” del ciclismo d’epoca non avesse mai avuto occasione di abbracciare con grande affetto le biciclette eroiche e i ciclo storici. Sì; c’era stato un timido precedente con la Classicissima d’epoca che aveva riproposto la punzonatura, il trasferimento in centro e la partenza da Conca Fallata. Si, c’era stata la Gran Corsa di Primavera che si era fatta immortalare con tanto di Assessore sotto l’arco storico. Ma mai come l’11 ottobre il Centro storico di Milano ha potuto vedere con 100.000 occhi una così ricca sfilata d’antan.
Milano, la città dove è sbocciato il ciclismo italiano, la città dove l’industria della bicicletta è nata e ha permeato di se’ tutto il ‘900 ciclistico, ha applaudito un nutrito gruppo di esponenti del movimento. Occasione è stata la riuscita performance di “Ciclostorici a Milano” a cura di Bicidepoca in collaborazione con la Confartigianato meneghina di Via Tortona. Una due giorni, a detta dei partecipanti, veramente ben riuscita e svoltasi nel segno del divertimento, dell’autoironia, dello star bene insieme e della storia. Ebbene sì, anche della storia perché, grazie a Monfardini e Lamacchi, due colonne portanti del movimento, si è parlato finalmente di cultura ciclistica. Come si è evoluto negli anni il mezzo meccanico e soprattutto l’abbigliamento. Molti hanno finalmente preso coscienza di come e perché per fare bici d’epoca bisogna vestirsi così; perché non si possono indossare le scarpe da ginnastica, perché le scritte pubblicitarie sulle maglie non si sono mai viste prima del 1910… Qualcuno si è reso conto del perché sono entrati nell’uso gli occhialoni, le camere d’aria a tracolla o la chiave inglese appesa al collo, cosa che adesso esibiscono tutti (ma di cui vanto la primogenitura della riscoperta nel lontano 2005, all’Eroica). Ebbene sì. Non si può prescindere dalla storia se si vuole entrare a far parte di un gruppo che vuol riproporre personaggi, storie, abbigliamenti del ciclismo d’epoca. Sarebbe come vedere al cinema un centurione romano con l’orologio al polso o il fazzoletto da naso.
E già che ci sono voglio entrare nel merito delle innumerevoli occasioni in cui i ciclo storici possono incontrarsi. Qualcuno sostiene che siano troppe e in concorrenza tra di loro. Io sostengo che il problema non sia il numero ma la scarsa caratterizzazione. Certo che se vengono organizzate con il solo scopo di incamerare moneta con la quota di iscrizione, si parte con il piede sbagliato. A mio modo di vedere, alla base di ogni manifestazione ci deve essere la passione e la ricerca di un motivo storico che possa giustificare e caratterizzare la stessa. Secondo me, e lo dissi (inascoltato) anche a Giancarlo Brocci più di 12 anni fa, non bisogna assolutamente mescolare Anquetil con Carlo Galetti, ammassando epoche diverse in un unicum. Bisogna anche ponderare i percorsi che non possono essere (se non per pochi eletti pedalatori dalla forza gladiatoria) micidiali, ma adattati alla portata di tutti con chilometraggio diverso e pendenze ragionevoli. Inoltre i tracciati negli sterrati e fuori dal traffico sono ideali per chi vuol pedalare in scioltezza e senza preoccupazione, ma si rischia anche di non fare promozione al movimento che per crescere necessita di visibilità che può avere solo da eventi come “L’Imperiale, the Appian Way”, o dalla Classicissima d’Epoca, o da raduni estemporanei legati al Giro d’Italia. Un’altra cosa che dobbiamo considerare sono i costi. Andare a parecchi chilometri da casa (benzina, autostrada, pernottamenti ecc.) ha un costo che non è indifferente; pertanto non bisogna aggiungere a queste spese (e ritorno al discorso di prima) un’esosa tariffa di iscrizione. Chi organizza bici d’epoca dovrebbe avere alle spalle un grosso aiuto da realtà economiche e istituzionali locali che coprendo le uscite vive potrebbero poter fare pressoché azzerare le spese di iscrizione. Mi sembra assurdo pagare decine e decine di euro per andare alla maggior parte delle manifestazioni attualmente in auge; bisogna operare riducendo i prezzi ma garantendo nel contempo alta qualità. Discorso diverso per le ciclostoriche a tappe o itineranti (di cui ancora mi onoro di avere avuto l’intuizione e la primogenitura…). Queste manifestazioni su più giorni, ancora in numero ridotto ma destinate secondo me a crescere, hanno delle spese vive ingenti (hotel, trasporti, assistenza meccanica, “voitures balais”, personale di scorta ecc.) che devono andare in pareggio con un oculato bilancio entrate-uscite.
Quindi, come avete visto, c’è da considerare un mondo variegato dove le scuole di pensiero sono le più disparate possibili: c’è l’agonista ad oltranza, il neofita (che ha lasciato il giorno prima il rampichino); c’è il granfondista smaliziato, c’è il purista “comeinista”, l’autoironico, c’è il supermeccanico; c’è lo storico, l’impiegato, il capopopolo, l’approfittatore, il giornalista, il provvisorio, il barbuto, lo sportmen, e la “bellezza in bicicletta”. Ognuno si riconosca nella propria categoria… Ripeto: c’è posto per tutti. Non bisogna “mandare via” nessuno. Chiunque può essere in grado di portare un contributo di novità, di simpatia, di cultura ciclistica e, perché no, di gastronomia. Però no alla moda ma sì alla passione. Chiunque deve sentirsi la voglia di pedalare d’epoca secondo le sue esigenze, la sua personalità, il suo tenore economico e il suo retroterra culturale, naturalmente rispettando di volta in volta regolamenti e specifiche. Ritengo infine che le divisioni, i diktat e i personalismi non devono esistere, ma il movimento, con intelligenza, deve procedere, anche su “convergenze parallele”, ma deve procedere. Credo che sia importante capire, col rischio di sconfinare nella blasfemia, che dobbiamo “diffondere il verbo….”

Carlo Delfino

Carlo Delfino

Carlo Delfino

Foto di Elisa Romano




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