L'angolo della lettura: "Il ciclista impenitente"


Una nuova rubrica, che presenta libri sulla bicicletta riportandone brevi brani.
Iniziamo con alcune righe tratte dal libro di un ciclista tranquillo, che vede nel pedalare occasioni per riflettere e assieme sorridere.


Il ciclista impenitente
. Divagazioni a ruota libera di un passista felice
Giancarlo Pauletto, Ediciclo 2011, pp. 207



"Il pedalare tranquilli per strade tranquille favorisce la riflessione pacata.
Ecco che, girando attorno a uno dei piccoli borghi che tutti assieme costituivano quel mirabile paese, vedo una vecchia casa diroccata su un prato, già quasi fagocitata da salici e sambuchi, ma sulla sua facciata giallina, ancora ben visibile, la scritta 'Meno internet, più cabernet'.
Adesso la si trova anche sulle magliette delle sagre, ma quella volta fu una sorpresa e l'affermazione, così secca e senza appello, trovò tutta la mia approvazione" [p. 133]

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“Domani”, pensa il ciclista, mentre se ne sta pacifico a letto, con le mani a conca dietro la testa e aspetta che il sonno sopraggiunga pian piano, “domani c’è la gara in salita”.
Che tattica seguire, per cercare di battere l’avversario che conta? L’avversario che conta è l’amico che arriva poco prima o poco dopo di lui in tutte le salite, l’unico con cui è gara vera: i pochissimi che restano sempre dietro non contano, i moltissimi che stanno sempre avanti, neppure.
L’ultima volta è stato battuto, e anche con un distacco notevole, quasi un minuto, ma il ciclista è autorizzato a pensare che in questa occasione, più allenato e con qualche centimetro di meno nel giro-vita, la cosa possa avere un esito diverso.
E tuttavia il tipo è grintoso, tignoso, durissima staccarlo, bisognerebbe, come si dice, inventarsi qualcosa.
Mentre un comodo sbadiglio gli annuncia che avrà una notte tranquilla, ottima premessa a una giornata campale, il ciclista pensa che, se avesse finto di cedere nella zona dei tornantini, a circa due chilometri dalla cima – dove si poteva sottrarsi alla vista di chi si trovava davanti, dandogli la sensazione di aver mollato, mentre in realtà la distanza poteva non superare i sessanta, settanta metri -; poi, nel chilometro finale, quasi diritto e comunque non più ripido del quattro per cento, si sarebbe potuto tentare il tutto per tutto, sorprendendo l’avversario alle spalle, lasciandolo possibilmente sul posto, troppo sorpreso – forse – per poter reagire efficacemente.
Il ciclista sapeva bene che il vero problema per lui era tenere nella prima metà dei cinque chilometri, quella più dura, mentre poi…e confusamente si vede nello scatto vincente, come il sonno che lo coglie in quel punto.


“Eccolo”, dice tra sé il ciclista, all’uscita dai tornanti-ni.                                                                                              
L’avversario sta a non più di ottanta metri, adesso bisognerebbe che non si voltasse, che non si accorgesse che lui è lì.
Si sposta tutto sulla destra, dove le fronde degli alberi che sfiorano la strada almeno un poco possono nasconderlo.
Fortunatamente, davanti al suo avversario, c’è un altro amico che arranca, convogliando, almeno per il momento, tutta la sua attenzione – perché intendiamoci, si tratta comunque, al livello dei nostri eroi, di arrancare.
Al ciclista pare di star guadagnando terreno, anche se prima, sui tornantini, non è poi che, fingendo di cedere, si sia riposato più di tanto.
Insiste, si alza sui pedali, adesso i metri di distacco saranno sessanta, forse anche meno, e speriamo che continui a non voltarsi.
E invece si volta, il cazzone, visto che non riesce a prendere quello davanti a lui.
Si volta, lo vede e subito si gira, inarcandosi sui pedali.
Ahi ahi!
Guerra, negli ultimi, interminabili cinquecento metri.
Il ciclista si avvicina, si avvicina, si avvicina, ma niente da fare.                                                                                  
L’avversario mantiene, alla fine, dieci metri di vantaggio, anche meno.  
Si gira e sorride, quella brutta bestia.
“Ma ci sono più giorni che luganeghe”, dice tra sé il ciclista, per consolarsi. [pp. 99-101]

 

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“Tanghero!”, esclama il ciclista, “troglodita, tirapiedi, testa di c…”.
“Ma perché offendere il c…”, si dice subito dopo il medesimo ciclista. Un organo – dopotutto – così utile, dinamico, ben strutturato: divertente, infine.
Altro che l’automobilista sozzo, che ha appena gettato fuori, sulla strada, quasi in mezzo ai raggi della sua ruota anteriore, il pacchetto di sigarette vuoto.
Il mondo come immondezzaio personale, questa l’idea che sta dietro a un gesto del genere.
“Mona!”, grida ancora il ciclista, ma poi anche qui: perché offendere, sia pure indirettamente, sia pure a cagione del duplice senso del termine, la rispettabilissima, e anzi amabilissima, e infine architettonica, m…? [p. 115]

 


Giancarlo Pauletto è nato a Portogruaro, in provincia di Venezia, nel   1941.

Nella sua vita "reale" si è laureato in Filosofia a Padova, ha insegnato nelle scuole superiori, si è occupato, dai tempi dell'università, di storia e critica d'arte.
E' autore di molte pubblicazioni, cataloghi e monografie, dedicate ad artisti italiani e stranieri.
Nella sua vita "vera" - invece - ha corso in bicicletta, ha camminato in montagna, ha pubblicato alcuni libri di itinerari ciclistici curando anche un volume su Alfredo Binda; ha inoltre dato alle stampe, per Nuova Dimensione, sigla appartenente ad Ediciclo Editore, Neiges d'antan. Inverni e presepi, musiche e lune nel 1950 e Memorie di un cercatore di funghi. Nel 2006 ha scritto per Ediciclo Amati giri ciclici. Pensieri, emozioni e piccole storie in bicicletta.