Il Libro: La schiena del gruppo

La schiena del gruppoStefano Pelloni, La schiena del gruppo. L'inevitabile punto di vista di un ultimo arrivato, 2011, p. 100, euro 14 (disponibile anche come e-book a euro 3,99).


Questo non è un romanzo di campioni, ma la storia di un ciclista che passa gli anni dell'adolescenza gareggiando in bicicletta. E' un sincero ritratto delle sensazioni e delle speranze di un ragazzo che parte dalla categoria esordienti fino ad arrivare a quella dei juniores senza però conseguire risultati di rilievo. E' perciò la storia di un ultimo arrivato, un ciclista comune che vedrà, appunto, in tutta la sua carriera quasi esclusivamente 'la schiena del gruppo'.


Eccone un breve brano:

"Ricordo ancora quel lontano giorno d’estate. [...]

Al mio fianco, spostata più in là vi era la mia bici, una minuscola Graziella, la classica bici degli anni ’70, di colore bianco (che io odiavo ma che da grande avrei sicuramente cambiato).
La osservavo con diffidenza perché già sapevo che quel giorno avrei fatto il mio primo vero cambiamento, avrei assaporato il gusto della sfida, quel gusto che mi avrebbe accompagnato in seguito per parecchi anni.
Ritta in piedi, immobile, sorretta da una coppia di ruote laterali che fino ad allora mi avevano evitato cadute rovinose (non sempre a dire la verità e a giudicare dalle croste sulle mie ginocchia), attendeva un mio cenno, un segnale che si materializzò nella figura di mio padre.
Sapevo che sarebbe tornato presto dal lavoro e quando il vento mi portò alle orecchie il suo fischiettio allegro intuii che era ormai nelle vicinanze e che il momento tanto agognato non si sarebbe fatto attendere ancora per molto.
Sbucò a cavallo della sua bici sportiva da dietro il cancello e quando mi vide seduto sul muretto, mentre osservavo pensieroso la mia bicicletta sorrise apertamente.
- Sei pronto ?
- Sì papà, penso di esserlo…
Scese velocemente dal suo velocipede, mi si avvicinò, dopodiché mi passò la sua forte mano sui capelli.
- Bene, allora cominciamo!
E si avviò verso il garage.
Tornò dopo pochi attimi tenendo in mano due grosse chiavi USAG del 13, e cominciò con solerzia ad armeggiare sulla mia bicicletta. Il tempo di smacchinare un poco e la Graziella aveva perso per sempre le due rotelle laterali.
Guardò soddisfatto il proprio lavoro e dal suo sguardo capii che lui aveva intuito il mio terrore che andava aumentando piano piano.
Ce l’avrei fatta, ne ero certo, ma sapere di dover pedalare senza il provvidenziale aiuto di quelle magiche rotelle mi aveva messo addosso una fifa boia.
- E allora? Le rimonto?
- No papà, sono pronto…
Gli risposi con un filo di voce e deglutii forte.
Ma il suo sorriso era caldo e rassicurante e quando salii sopra a quel mezzo meccanico sentii le sue possenti braccia sorreggermi e proteggermi.
- Ora pedala che ti tengo io, giusto per abituarti a stare in equilibrio…
Io iniziai a mulinare le mie gracili gambe ed iniziai a muovermi seguendo una linea altalenante. Sentivo che mio padre non aveva ancora mollato la presa e che correva al mio fianco.
- Dai, dai, pedala forte… sei il figlio di un ciclista, ricordi ? che figura ci facciamo se proprio tu non ce la fai ? – urlava.
Io stavo iniziando a provare una sensazione nuova. Mentre pedalavo con a fianco mio padre la paura stava scomparendo ed al posto di lei vi era una sensazione strana, un qualcosa che non avevo mai provato prima. Sentivo la pancia farmi quasi male ed avevo in bocca uno strano sapore di ruggine, un poco simile a quando mi morsicavo la lingua. Questa sensazione era, però, di per sé bella, mi dava un senso di vertigine; era inebriante.
Udivo la voce di mio padre diminuire d’intensità e quasi svanire. Ero entrato in un’altra dimensione e stavo forse comprendendo che in quel preciso istante ero io che decidevo di me stesso, ero solo con il mio mezzo perché da lì a poco mio padre avrebbe mollato la presa e non avrei più avuto il suo appoggio.
Con questa strana sensazione strinsi gli occhi e pedalai più forte.
Compresi che non ondeggiavo più e che il vento sferzava forte il mio viso. Quando li riaprii ero solo in mezzo al cortile e stavo magicamente in equilibrio e nello stesso tempo pedalando! Mio padre mi guardava fiero dall’altro angolo del patio e intuii che aveva mollato la presa già da qualche minuto.
Quanto mi sentivo grande in quel momento. Sorrisi e nel momento in cui mi avvicinai al cancello cercai di voltare, non riuscendoci naturalmente.
Caddi rovinosamente a terra, ma fu la prima volta che non sentii dolore.
Sdraiato in mezzo alla ghiaia, con le ginocchia sanguinanti ed il manubrio piantato nelle costole urlai di gioia; in quel preciso momento era nato un nuovo ciclista."





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