L'angolo della lettura: "No bici"




Alberto Fiorillo, No bici, Ediciclo 2012, pp. 141, euro 14

A dispetto del titolo, questo è un libro a favore della bicicletta: in termini più precisi, a favore dell’uso della bicicletta, in particolare per migliorare la mobilità urbana. L’autore auspica che gli amanti della bicicletta si ritrovino, si facciano sentire dalle autorità e dall’opinione pubblica, si mobilitino per realizzare un mondo più a misura di pedale. E’ un libro serio, ma con sprazzi di divertimento. Come in questo incipit di capitolo  (p. 84): “Un ciclista è solo sul cor dell’incrocio trafitto da un raggio di sole. Ed è subito Suv” .
Alberto Fiorillo è nato nel 1965; giornalista, vive a Roma. E’ il responsabile aree urbane di Legambiente, scrive per il “Venerdì di Repubblica”, cura “Ecosistema urbano”, il rapporto annuale sulla qualità ambientale delle città pubblicato da “Il Sole 24 ORE” . E’ uno degli animatori di #salvaiciclisti, campagna trasversale per la sicurezza di chi pedala.

Ecco un estratto dal capitolo su “Il cicloamatore”:

“Il cicloamatore, solitamente un esemplare maschio adulto di almeno trentacinque anni di età (ma spesso ha i capelli bianchi), è un ciclone, ossia un clone ciclista del professionista su strada, solo che è molto più lento. Esistono vari tipi di cicloamatori … Ci sono … i cicloamatori statici da non confondere con i cicloamatori che hanno appeso la bicicletta al chiodo. Mentre questi ultimi hanno consapevolmente abbandonato l’attività, anche se magari conservano per ricordo la bici in garage, gli statici sono sempre sul punto di cominciarla. Per questo motivo periodicamente comprano un nuovo velocipede riconsegnando il precedente (intonso) al negoziante. Il cicloamatore statico è in realtà un ciclocontemplatore della sua bici-quadro: tenuta a mo’ di tela sulla parete, la rimira senza toccarla.
Tra i cicloamatori dinamici, invece, ci sono quelli che si comprano la bici da corsa e la tengono tutta una vita e i feticisti del mezzo e delle sue innovazioni. Vogliono sempre l’ultimo di tutto: gli ultimi cerchi, l’ultimo telaio, l’ultimo deragliatore, l’ultimo mozzo. L’imperativo è: leggerezza. In questa tribù l’avvento del carbonio, il materiale meno pesante per la costruzione di telai e forcelle, ha creato assuefazione e causato più danni dell’alcol in Alaska. Per dieci grammi in meno spendono cifre rilevanti, per mezzo chilo sono disposti a svenarsi. Chissà se a qualcuno è mai venuto in mente di aprire un centro di sostegno per ciclisti anonimi …
Questi cicloamatori sono malati del morbo della bicicletta perfetta (che si può diffondere anche tra i mountain biker, cicloviaggiatori, ruotafissati, pieghevolisti). I primi sintomi sono noti: profonda insoddisfazione delle performance del proprio velocipede, spasmodica ricerca nella vecchia bici di difetti veri o presunti che ne rendano necessaria  l’immediata rottamazione, calcoli economici volutamente errati dai quali risulta che la sostituzione di alcune componenti effettivamente usurate  - come la catena o i copertoncini – costi cifre astronomiche. Passata la fase di incubazione, il virus provoca una parziale perdita dell’orientamento: ovunque sia diretto il contagiato sbaglia continuamente strada finendo immancabilmente davanti a un bike store dove, già che c’è, entra per dare un’occhiata agli ultimissimi modelli peggiorando così la sua situazione. La cosa strana è che il virus contagia anche il pc del contagiato: ogni volta che prova a connettersi a internet si spalancano sullo schermo i siti dei più famosi produttori di biciclette.
La seconda fase della patologia, più aggressiva, si manifesta con ricorrenti attacchi di panico, allorché il malato, pensando di sconfiggere il morbo, decide di comprare una bici nuova. Già, ma quale? Dopo una meticolosa analisi di tutti i cataloghi del pianeta e compulsive istruzioni nelle officine degli artigiani, infatti, chi soffre del morbo della bicicletta perfetta è terrorizzato da una cura che è peggiore del male: acquistare la bicicletta imperfetta.
Passano giorni, settimane, talvolta mesi di ansia, apprensione, spavento. Durante la fase più acuta l’ammalato è sull’orlo del baratro, risolto a spendere qualsiasi cifra per impossessarsi contemporaneamente di almeno una dozzina di biciclette diverse. Alla fine, però, eccola. E’ lei! Bellissima, leggerissima, equilibratissima ed elegantissima, precisissima negli inserimenti in curva, esplosiva nelle accelerazioni violente… Insomma: la bicicletta perfetta!
All’inizio tutto fila liscio finché, improvviso, esplode il bisogno di renderla ancora più perfetta. Si comincia dalle cose piccole (un grammo guadagnato dalla sostituzione dello sgancio rapido, tre grammi virgola cinque in meno col nuovo tubo reggisella). Poi è un continuo. Come resistere alla neonata guarnitura? Al tubolare più scorrevole? Al pedale più aerodinamico? All’evoluzione definitiva e rivoluzionaria dell’ultimissimo sistema mozzo-raggi-cerchio?
In poco tempo gli upgrade saranno costati più della bicicletta e quando ormai, telaio a parte, non resterà nemmeno un bulloncino da sostituire ecco che ricompaiono i sintomi: una profonda insoddisfazione delle performance del proprio velocipede, una spasmodica ricerca nella vecchia bici di difetti veri o presunti che ne rendano necessaria l’immediata rottamazione, calcoli economici volutamente errati dai quali risulta che la sostituzione di alcune componenti effettivamente usurate – come la catena o i copertoncini – non possa che costare cifre astronomiche ecc.” (pp. 46-49).