Recensioni di Andrea Bisighin

Maurizio Crosetti, 'Campionissimi', un giorno nella vita di trenta grandi ciclisti, Dalai editore 2010, pp. 256


Trenta istantanee in cui le parole tracciano il profilo dei campionissimi di tutti i tempi; scatti  di un giorno, quello diverso da tutti gli altri, quello che ne ha segnato il destino e ha cambiato il corso della storia personale, del ciclismo e non solo.

Un canto corale di sequenze che si susseguono, s’incrociano e si sovrappongono: da Garin a Bettini, attraverso Coppi e Bartali, Gimondi e Merckx, Moser e Saronni, senza dimenticare Girardengo, Binda, Bobet, Anquetil, Pantani e Armstrong.

Più di cent’anni di storia in una corsa che prende forma nell’inchiostro in fuga di Maurizio Crosetti. Una gara di gesti eroici, sudore, polvere, fatica, solitudine, strade bianche , aspri tornanti, discese vorticose, scivoloni e cadute.

Epica struggente di uno sport che ha contribuito a creare una nuova identità  nazionale tra le diverse fazioni di tifosi che parteggiavano  per l’uno o per l’altro, in un dopoguerra che aveva lasciato in ginocchio un intero paese.

La folla li osanna e trae forza dalle loro gesta, incitandoli ad ogni metro di strada, perché il ciclismo rimarrà sempre fedele a sè stesso: fatica e sudore non possono essere sostituiti da tecnologia e strategia, anche in epoca di sospetti dilaganti su doping e affini.

Sprinter o scalatori, la fatica è uguale per tutti e le parole di Ganna, dopo il trionfo, sono emblematiche : ''La mia impressione a caldo? Me brusa tanto el cu''.


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Fabio Marcotto, Maledetta bicicletta, Curcu e Genovese 2010, pp. 140

Ogni appassionato, nel disquisire di mobilità sostenibile urbana, prende a modello le città del Nord Europa ma, a ben vedere, sull’asse che lega Verona a Monaco, nel mezzo, c’è Bolzano, una città  sotto assedio… dei pedali e dei ciclisti!!! Strade e cortili condominiali decorati da telai variopinti di mountain e city bikes con borse da viaggio e seggiolini al seguito, ciclabili gremite di utenti….  Un sogno per ogni appassionato e… per ogni essere di buon senso!
Da questo tessuto ciclistico viene il libro di Fabio Marcotto, nato e cresciuto a Bolzano, studi e lavoro in Germania e in Russia, due raccolte di racconti già pubblicati (Bar Duce e Masterà) nonché un romanzo breve Vino dentro, dal quale è stato tratto un fortunato monologo rappresentato in Italia, Austria e Russia. 
Alcune delle storie di questa raccolta sono comparse in forma di articolo sull’Alto Adige, tra il 2008 e il 2009, e compongono una dichiarazione d’amore, totale, assoluta, celebrata dall’editore Curcu & Genovese ad un prezzo eccezionale, 10 euro.
L’assunto fondamentale è la democraticità della bicicletta, il suo azzerare le differenze; su questa base l’autore coniuga, con il colore delle parole e un accento di sagace ironia, tutte le sfaccettature possibili del perfetto connubio uomo macchina.
La visione d’insieme che se ne trae è un delicato affresco di tremenda attualità di una umanità a pedali impegnata nella singolar tenzone giornaliera con l’umanità al volante: il libello non è classificabile come una guida a pedali della capitale del Sud Tirolo, le trentasei storie sono, contemporaneamente, bignami di ciclosofia, manuale di meccanica, cronache sportive (dai Moser a Ivan Basso, dal perché il Trentino sforna più campioni che non l’Alto Adige al doping, dal Tour&Giro), il tutto condensato in poche righe (da non perdere Bolzanrubè a pagina 101…).
L’autore celebra dalla prima riga il suo amore incondizionato per la sua città natale: “Non ci sono dubbi: Bolzano è la capitale italiana della bicicletta. In Europa magari non staremmo nemmeno tra le prime cinquanta città, ma in Italia siamo i primi. Bolzano è il ponte ideale ed esemplare tra Nord ecociclista e Sud moto inquinato”.
Il paradigma del verbo pedalare viene coniugato in tutte le varianti possibili: tute costosissime, salite impossibili, meccanici improvvisati, donne al manubrio, luoghi da attraversare (passi dolomitici, masi, periferie brulle…), cinesi in sella (a Bolzano, non a Pechino), marchi celebri, ruote lenticolari, mountain bike, griffe (in negozio) e graffi (per le cadute), disegnando una geografia particolareggiata.
Il testo spazia da Bolzano a San Pietroburgo, passando per Oslo, con una modularità di toni eccezionale: divertente – con inevitabili punte di rabbia ed indignazione -  escursione antropologica, tra i vizi, i tic, le manie e le inciviltà (specie di chi è al volante quando ha a che fare con chi pedala) che circondano l’universo della due ruote più economica e popolare che l’umanità abbia mai conosciuto. Da leggere e meditare, pedalando.


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Pier Bergonzi, L'ultimo gregario. Il romanzo di Fausto Coppi, Rizzoli 2010, pp. 194


Un sabato qualsiasi  nell'Alessandrino, un bar di paese abitato da sedie di plastica e habitué: l’occhio navigato di Antonio, cronista sportivo e padre separato in compagnia del figlio Andrea, riconosce in un vecchio ricurvo, sotto il peso del tempo che passa, Sandro Torino, gregario storico di Fausto Coppi.
Una battuta casuale è la chiave per squarciare un nuovo orizzonte che lascerà un segno indelebile nel cuore di ciascuno: fra un bicchiere di spuma nera e calici di bianco, il vecchio gregario  inizierà i due visitatori alla scoperta di un'amicizia lunga una vita fino al fulcro del mito più emozionante del ciclismo.
Attraverso una serie di incontri, l'epopea dell’Airone di Castellanìa, Fausto Coppi, viene narrata a viva voce da Sandro Torino (crasi dei nomi dei due angeli custodi del Campionissimo, Sandrino Carrea ed Ettore Milano): dalla prima bici - la Trifusì (la prima bicicletta di Coppi era una BSA, che aveva come stemma tre fucili: in dialetto veniva appunto chiamata tri-fusì)- al Giro del '40 vinto quando ancora era gregario di Bartali, dalla leggendaria Milano-Sanremo del '46, al triennio 1949 - 1952 delle doppiette Giro e Tour fino alla passione travolgente per la  Dama Bianca...
Ricordi di un tempo che sfiorano la leggenda e partoriscono sviluppi inaspettati e divengono versi occultati sotto un sellino,  un amore che nasce, fino al battesimo sui pedali da corsa del piccolo Andrea.
Il romanzo incrocia due piani narrativi: la causalità dell’incontro funge da escamotage per inserire il plot secondario (la storia di Coppi) all'interno del plot principale (la storia di Antonio, il protagonista, giornalista de La Gazzetta dello Sport).
Le parole di Sandro Torino sottendono un passaggio di testimone transgenerazionale : «In volata si deve partire per ultimi, ma sempre un attimo prima degli avversari».
Coppi, l’uomo solo al comando, solo come tutti noi nella pagine della storia, vince nel nostro ricordo la sfida più importante con il suo più temibile avversario: l’oblio.
L’autore Pier Bergonzi è il caporedattore della Gazzetta dello Sport.

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Gianfranco Manfredi, Il piccolo diavolo nero,  Tropea 2001, pp. 352

Nell’anno delle celebrazioni del 150° dell’Unità d’Italia, il romanzo in questione compie dieci anni ma descrive vicende di molto antecedenti e paragonabili a certe situazioni recentemente viste in tv che ci toccano da vicino: dalle nostre strade ai paesi che si affacciano sul fronte meridionale del Mediterraneo.
Oggi strade intasate di automobili in colonna con i loro scarichi fumanti, alla fine dell'Ottocento, le strade di Milano affollate di carri, carrozze, omnibus (le grandi carrozze a cavalli destinate al trasporto pubblico) e i primi tram elettrici sferraglianti.
Lo stress isterico e ipertecnologico dell’oggi è l’erede legittimo della truscia milanese, la "fretta" che anima vie e persone della città in pieno fermento produttivo.
Le cronache odierne quotidianamente aggiornano il bollettino di guerra di pedoni falciati sulle strisce pedonali e ciclisti assassinati sulla strada da automobilisti irrispettosi della civile convivenza su strada ma, in quei frangenti, i pedoni erano disorientati ed intimoriti dallo sfrecciare silenzioso e imprevedibile di bicicli e affini.
Il "velocipedismo" di quei tempi si coniuga in diverse forme: società ciclistiche con centinaia di iscritti, come il "Veloce Club", la "Pro Patria", la "Forza e Coraggio", la "Milano", e giornali specializzati come L'Illustrazione Ciclistica e Il Ciclo.
Al velodromo dell'Arena, centinaia di tifosi si stipano sulle gradinate ad osannare i loro idoli.
I fenomeni non mancano:  Luigi Masetti allora, come i moderni cicloviaggiatori, affolla le cronache dell'epoca con la sua Milano-Chicago in bicicletta; il Corriere della Sera lo sponsorizza con un contributo e ne pubblica, a puntate, le cronache di viaggio.
Il centauro sui pedali protagonista della saga é Romolo Buni, classe 1871, nipote di un  costruttore di velocipedi: un corpo da spazzacamino che racchiude un fascio di grinta e nervi che prorompono in scatti improvvisi fino alla sconfitta dei francesi Médinger e Cassignard su pista.
Infiamma gli animi sugli spalti:  solo, in pista, dopo il ritiro dei due avversari, prosegue il suo rito, inarrestabile, giro su giro, per superare il record di velocità al grido corale "Molla Buni!" che di venne un must nello slang milanese del tempo, successivamente impiegato ironicamente sia per spronare i pigri che per placare persone troppo zelanti; le testate d’oltralpe  del tempo lo ribattezzarono  le Petit Diable Noir, il Piccolo Diavolo Nero.
Eroica l’impresa dell’autore Gianfranco Manfredi nella ricerca del dettaglio e della ricostruzione storica: il racconto si delinea e si sviluppa in quegli anni che sono stati di cambiamento epocale; pagina dopo pagina, la coralità delle piccole storie dei protagonisti prende forma nella STORIA con la S maiuscola del nostro paese: gli usi, i costumi, il linguaggio, la politica e gli uomini di quel tempo ma anche le storie dei protagonisti che, tramite quei pedali, scoprono una realtà che, diversamente, non avrebbero mai raggiunto.
L’emblema della storia, è il moto perpetuo, oggi come allora, pur non trovando una precisa collocazione nei non luoghi della contemporaneità, continua  a pedalare, ancora e sempre, come i nostri protagonisti di quel tempo, verso un diverso divenire, oggi, nell’immaterialità di un sms, allora il ritornello, fischiettato a mezza voce, di un brano che inneggia alla negazione dell’alienazione quotidiana.
Il maggio 1898 è lo specchio di un oggi a noi molto prossimo: le truppe del tenente generale Fiorenzo Bava Beccaris, comandante del III° Corpo d'armata nominato dal re Umberto I a sovrintendere alle operazioni, hanno già iniziato la repressione della rivolta. Barricate e sassi da una parte, fucili e cannoni dall'altra, come cinquant'anni prima, in quelle cinque giornate che avevano visto il popolo lottare contro gli austriaci.
"Non avverti nell'aria, la violenza che monta? Questa fragile società è scossa ogni giorno da urti terribili, la vita quotidiana delle persone cambia in modo inarrestabile, senza che nessuno abbia il tempo di abituarsi" .
Parole profetiche, oggi, più che mai, attuali.