Recensioni di Carlo Delfino

Paolo Facchinetti, Bottecchia, il forzato della strada, Ediciclo 2005, pp. 269
recensione di Carlo Delfino

Mi sono letto con calma il volume di Paolo Facchinetti “Bottecchia, il forzato della strada”.
Conosco Paolo da qualche anno e già prima di iniziare, dopo averlo sfogliato, non avevo dubbi, apprezzando la sua passione e la sua intelligente curiosità, che dovesse trattarsi di un buon lavoro; ma proseguendo nella lettura sono rimasto affascinato da come ha impostato la sua ricerca.
Innanzitutto grande priorità alla vicenda agonistica di “Tavio” privilegiando naturalmente le vicende dei Tours. Interessante la parentesi ciclistica in Argentina e del tutto inedita l’immagine di “donnaiolo”… Ma meravigliosi sono i  reportages di Albert Londres, ovvero un “cronista-scoopista” al seguito del Tour, reportages, non fini a se stessi, ma bene inseriti nel contesto della narrazione.
I  pregi di questo lavoro non sono però legati alla documentata esposizione della stampa dell’epoca ma anche al particolare taglio agonistico e “eroico” che viene dato alle tribolate corse degli anni venti.
Ho letto quasi tutto quanto è stato scritto di ciclismo negli ultimi quindici anni ma non solo, e mi ritengo pertanto in grado di affermare che “il forzato della strada” è un gran bel libro che entra di diritto nei libri importanti scritti sulla prima maglia gialla italiana.
Un po’ debole se vogliamo, la sezione iconografica che poteva forse essere più presente, ma non è facile reperire documenti fotografici dell’epoca e forse non era neanche negli intendimenti dell’autore.
Tornando al volume voglio segnalare alcune chicche come la rievocazione della figura del grande maréchal Baugè che avevamo già incontrato nel 1910 al seguito di “le gauloise” Eugène Christophe vincitore della Milano Sanremo del 1910. Anzi pare che gran parte di quel trionfo nell’”Inferno della Riviera”sia merito suo in quanto riuscì a procurargli dei vestiti asciutti…ecc….ecc…
Un’altra perla inedita è che Bottecchia, durante il suo soggiorno in Francia quando era emigrato, abbia scalato più volte la strada del Puy de Dome che poi sarebbe divenuta famosa per la vittoriosa impresa atletica di Coppi al Tour del 1952.
Ma tutto il volume è ricco di sorprese storiche e culturali.
E’ bello leggere di ciclismo dalle pagine di uno dei più profondi conoscitori  della materia. Peccato che tanti giovani sportivi della bicicletta siano interessati solo ai telai,  ai cambi, al carbonio, alle  barrette energetiche e ai percorsi. Da parte mia sono convinto che solo chi conosce il ciclismo dei pionieri è in grado di comprendere meglio il ciclismo dei giorni nostri per cui il mio consiglio è di dedicare un po’ di tempo all’approfondimento della storia della bicicletta e alla lettura dei suoi volumi migliori.


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Giuliana Fantuz, Ottavio Bottecchia. La leggenda di Botescià, Storiesfvg 2011 (Terza edizione), pp. 169.
Recensione di Carlo Delfino


Ho conosciuto Giuliana Fantuz nel 2004 all’Eroica di Gaiole in Chianti dove l’avevo invitata a parlarci del suo primo libro su Ottavio Bottecchia. Abbiamo disquisito a lungo, con la competente partecipazione di Petrucci, se Bottecchia dovesse considerarsi per alcuni aspetti, l’ultimo dei grandi routiers, l’epigono di una generazione alla fine, o, viceversa, fosse il prototipo del corridore che preparava un solo grande appuntamento a stagione centrando l’obbiettivo e poi cercando di “monetizzare” al massimo questo risultato. Su un’altra cosa si era discusso: il giallo della morte. E concordemente alla professoressa Fantuz avevamo tratto la convinzione che non ci fosse stato dolo e neppure negligenza investigativa da parte delle autorità istituzionali di allora. E’ forse per questo che, giustamente sono spariti dalla bibliografia di questa terza edizione, i lavori “politicizzati” di Enrico Spitaleri ai quali, anche personalmente, non riesco proprio a dar credito più di tanto.

E’ difficile trovare una giornalista che conosca così bene la storia del ciclismo dei pionieri come la Giuliana Fantuz e mi ha fatto oltremodo piacere che poi abbia continuato a produrre raccontando anche la storia di Giordano Cottur, mettendo un minimo di ordine nella sua carriera sportiva e nel ricchissimo corredo fotografico che ci ha lasciato.
Ma veniamo a questa terza edizione del libro di Bottecchia, edizione che si è arricchita dei preziosi cimeli raccolti in anni e anni di ricerca da Renato Bulfon che tutti apprezziamo per la sua passione.
I “pezzi” di Bulfon ci fanno entrare nello spirito del campione, uomo, eroe e personaggio che nonostante l’internazionalità è sempre legato alla sua terra.
La veste grafica del libro è accattivante e alcune parti sono assolutamente pregevoli e interessantissime come ad esempio gli anni della guerra e del primo dopoguerra, quando il campione (veneto o friulano scegliete voi) comincia a capire come con la passione per la bicicletta si riesca a metter insieme una piccola integrazione al sudato salario mensile. Interessanti anche i commenti giornalistici locali alle prime corse a cui prende parte o la testimonianza di Luigi Ganna che per primo, ma senza assomigliare per niente a Mecenate, gli fornisce un minimo di assistenza per le corse che contano. A questo punto della sua vita Bottecchia non delude e, forse motivato dal correre spalla a spalla con i campioni dell’epoca, matura rapidamente e assurge all’Olimpo nonostante il nome che, come dice Bruno Roghi, “fa perfino ridere”. Ma anche in Francia al Tour del 23 lo accolgono con scetticismo… E la Fantuz, in maniera circostanziata e esauriente, ci racconta quale metamorfosi si sia realizzata in questo suo primo impegno transalpino e come i “cugini francesi” abbiano dovuto  a loro volta ricredersi.
Viceversa in poche pagine si raccontano i trionfi del 24, del 25 e la débacle del 26. Forse volutamente e correttamente in quanto già oggetto dettagliato di altre pubblicazioni come ad esempio quella di Paolo Facchinetti.
A Bottecchia l’andare in bicicletta sembrava un privilegio e i terribili sforzi del Tour de France erano nulla rispetto al lavoro di tutti i giorni e della gente comune… La sua storia ricorda una tragedia greca con tutti gli elementi che la caratterizzano. L’epopea della vittoria, la gloria, la morte… al cospetto delle pietre difficili del Friuli del dopoguerra, in mezzo alla gente che fatica nei campi. E proprio nella sua terra si spegnerà in modo prematuro e tragico.
- Caro è agli dei chi muore giovane-


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Fabio Pellegrini, Idrio Bui, un “grimpeur” per Fausto Coppi,
Editrice Don Chisciotte 2005, pp.128
recensione di Carlo Delfino

Avevamo già avuto modo di parlare brevemente di Idrio Bui quando presentammo all’Eroica di Gaiole in Chianti, il magnifico lavoro dell’amico Giordano Cioli. Ma la storia della bandiera del ciclismo senese degli anni sessanta andava raccontata in maniera diffusa perché ricca di storie di varia umanità e soprattutto ricca di vicende ciclistiche che si intersecano con Coppi e il dopo-Coppi, con la povertà nazionale e con accenni del boom economico segnati anche dai primi dignitosi stipendi che vennero finalmente attribuiti ai gregari che facevano tanta fatica.
Ebbene Bui era uno di questi, ma era bravo, così bravo che Fausto Coppi in persona lo volle nella sua formazione per dare una mano in salita. Bui non lo dice, ma dal racconto traspare che, sul finire della carriera, Fausto in salita non aveva più il bel passo degli anni migliori e ogni tanto facendo finta di appoggiarsi i gregari gli davano una piccola spinta…
Notevole la sezione del libro destinata agli anni del dilettantismo che portarono Bui a misurasi e spesse volte a battere autentici campioni dell’epoca da Nencini a Ciolli, da Ranucci a Boni, da Carlesi a Favero. Il ciclismo dei puri e la grande passione toscana per la bicicletta emergono prepotenti da queste pagine che accompagnano la carriera del nostro protagonista che vivrà poi alcuni anni da buon professionista. Il tutto sempre, ricordiamolo, in funzione dei figli e della propria famiglia, valore sacro e irrinunciabile.

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Paolo Facchinetti, L'Apocalisse sul Bondone, Limina 2006, pp. 121
Recensione di Carlo Delfino


Gli Dei del Ciclismo abitano le montagne e a volte, poiché sono gelosi della popolarità che hanno i Campioni, scaricano sulle loro teste fulmini, pioggia, grandine e neve.
E’ proprio questa atmosfera da tragedia greca che aleggia su questo libro dell’instancabile Paolo Facchinetti, grande storico del ciclismo e grande amico.
Un’atmosfera cupa e irreale, ma bianca, bianca di neve e ghiaccio ci accoglie perfino dalla copertina e dalle primissime pagine. E’ l’ 8 giugno 1956. Il Giro si avvia alla stretta finale con Fornara in maglia rosa proprio mentre un fronte di aria gelida scende, inattesa, dal Circolo Polare Artico.
La storia della corsa rosa conoscerà una delle sue giornate più tragiche e difficili ma proprio per questo una delle sue giornate più eroiche. E tutti eroi saranno i protagonisti di quella tappa Merano-Monte Bondone 242 chilometri, più di 4000 metri di dislivello in salita. Undici ore di corsa alla mercè degli elementi scatenati.
Paolo Facchinetti racconta e fa raccontare a chi c’era cosa è successo quel giorno. Cosa hanno sofferto, cosa hanno detto e bestemmiato, cosa hanno mangiato, come si sono vestiti, come si sono “scaldati” se così si può dire. Ci racconta come la corsa scappò di mano agli organizzatori che si trovarono a gestire una situazione imprevedibile ma anche forse presa sottogamba. Comunque sia una situazione epica ed eccezionale.
Ma come dicevo primo il pregio del libro è costituito dalle testimonianze dei protagonisti che ci fanno partecipi delle loro sofferenze, dei loro incubi, delle energie che hanno lasciato per strada.
Bruno Slawitz, firma del Guerin Sportivo scrisse pochi giorni dopo la vicenda che “la giornata del Bondone resterà avvolta nel mistero fin quando, fra molti anni non si avranno le confidenze dei massaggiatori e degli stessi corridori…” Ed eccoci arrivati a quel giorno….in questo libro….


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Agostino Gambacurta e Giorgio Di Giuseppe, Il ritorno del “migliore”…Cronache sportive, episodi e note autobiografiche di Carlo Gambacurta corridore ciclista di altri tempi, Edizioni La Voce del Tempo 2011, pp. 240, poche foto ma belle
Recensione di Carlo Delfino

Certo che Gambacurta non è un gran nome per un atleta…se poi questo è un ciclista lo è ancor meno. Però questa storia andava raccontata e sono contento di aver comprato questo volume.Cominciò tutto con il fatto che da casa Gambacurta, anziano ottantaseienne, ex corridore ciclista assistito dalla badante, un bel giorno scomparve una pila di giornali d’epoca gelosamente custoditi da lui stesso perché raccontavano le sue imprese. Non si sa se ci sia stato un furto (su commissione..?) o un eccesso di zelo e pulizia della donna, fatto sta che tutta la carriera dell’ex campione sparì all’improvviso. Dopo qualche mese l’anziano salì al “paradiso dei ciclisti” e al figlio rimase il rimpianto di aver perso col caro papà anche i suoi ricordi giovanili e si sentì un po’ in colpa per non aver accudito con più attenzione i di lui cimeli.Con l’aiuto di Di Giuseppe e con anni e anni di ricerca in biblioteche ed emeraloteche si riuscì a ricostruire tutta la carriera di Carlo Gambacurta e finalmente venne pubblicato tutto questo “ben di dio” di cronache e notizie dove si respira polvere e olio canforato.Ma chi era Gambacurta? Stiamo parlando di quel ciclismo di provincia (anche se siamo a Roma Capitale) che ha caratterizzato più di cinquant’anni di storia italiana. L’ambiente è quello sano, sanissimo delle corse di paese dove i ragazzi si trovavano senza neppure accorgersene a fare del bel agonismo, dove la rivalità tra rioni e città carpiva l’attenzione di tutti quando, in un’Italia senza traffico e con strade impossibili, ogni domenica ed ogni giornata di festa era l’occasione per far girare i pedali e misurarsi con i coetanei per una coppa, un premio o per il sorriso di una ragazza.Carlo Gambacurta comincia a pedalare così e senza quasi rendersene conto si trova a gareggiare con Gepin Olmo, con Martano, con Pavesi, con Aldo Bini, con Varetto, con Minasso con Ricci e Giuppone. Ma nelle cronache dell’epoca e negli ordini d’arrivo dettagliati e precisi c’è posto anche per un modesto Edmondo Nulli (colui che sarebbe divenuto costruttore di biciclette e avrebbe dato a Fausto Coppi maglia e mezzo meccanico per ritornare grande), c’è posto per il coriaceo Montelpari e il completo Levantini.  C’è posto per uno scalatore formidabile di cui le cronache del grande ciclismo non hanno mai raccontato: Antonio Cerioni che, emulo di Federico Martin Bahamontes, arrivava in cima alle salite con tre o quattro minuti di vantaggio e poi in discesa tirava troppo i freni. Ma il protagonista assoluto di questo libro è l’ambiente delle società sportive degli anni trenta che profondevano rivalità, passione e applausi per questi ragazzi, leali, sinceri, vogliosi di fama, insomma la migliore gioventù della nostra nazione che purtroppo si stava inesorabilmente avviando verso il baratro del conflitto mondiale. Tra aneddoti, cronache, fotografie e documenti la carriera di Gambacurta si dipana sotto i nostri occhi e il campioncino di Roma arriva fino alle soglie del professionismo correndo anche il Giro d’Italia e incrociando i pedali con Del Cancia, Bartali, Guerra, Di Paco, Piemontesi, Bergamaschi…. insomma tutta la crema del ciclismo nazionale.Ma il complimento più bello a Gambacurta lo fa il “grande patriarca” Alfredo Martini che racconta nella prefazione di averlo avuto per fortunato sorteggio come guidatore della moto nella ROMA NAPOLI ROMA del 1950. “Dopo un primo momento di apprensione perché non conoscevo il mio “allenatore”, mi resi ben presto conto di essermi agganciato alla lambretta guidata magistralmente da un uomo che SAPEVA COSA VOLEVA DIRE PEDALARE” e se lo dice Alfredo…

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Giordano Cioli e Mirella Meloni, Amerigo Severini Campione di Ciclocross. L'amore infinito per la bici, Editrice Donchisciotte 2007, pp. 128.
Recensione di Carlo Delfino

SEVERINI, FOLLETTO DEI PRATI E DEL FANGOSeverini è un duro, Severini è un equilibrista, Severini sorride con i denti sporchi di terra, Severini è egoista. Severini è un buono e “mette in bici” Longo che poi sarà il suo giustiziere.Severini è un campione internazionale e quando il fango e il freddo gli segnano la strada lui scivola sopra agli avversari e si riposa nelle braccia di Parigi che lo ama come si può amare un “macaroni”. Ma a lui non importa e fa del ciclocross una professione, fa della bicicletta una passione infinita e ricorda la sua carriera: l’abbandono del nido marchigiano, le battaglie con i migliori dilettanti del centro Italia, l’affidabilità della sua vecchia Olmo, l’emozione e l’angoscia di un incontro con la Milano grigia e fumosa degli anni cinquanta. La scoperta delle “ciclo prato”.La storia del ciclocross azzurro incominciò con  Luigi Ferrando e proseguì quasi per gioco con Pertusi e  Malbrocca. L’epica comincia con “Micco” Severini e prosegue con RenatoLongo verso l’Olimpo.Severini è però anche la storia dell’Italia del dopoguerra che arriva alle soglie del boom economico e non se ne accorge se non quando lo perde… Severini è la storia del maldestro sospetto francese nei nostri confronti e della constatazione da parte dei transalpini che tutto sommato non siamo poi così male. W Coppi, W Terruzzi, (i vincenti…).W anche Severini che sa perdere con dignità ed onore anche al Bois de Boulogne dove il cross è leggenda.Il libro di Mirella Meloni e del marito Giordano Cioli, autentico “bardo” degli umili e dei dimenticati della pedivella, ci racconta una persona, non un personaggio; ci racconta un crossista, non un corridore; ci racconta un appassionato delle due ruote e non un prolisso compare ciarliero.In sella alla sua bicicletta, ancora adesso che ha varcato i settanta, passa gran parte delle sue giornate. Beve miele col thè, va a dormire prima di Carosello, attende gli amici in difficoltà, li aiuta a cambiare una camera d’aria. Severini fa l’Eroica e non sfigura. Severini è stato un duro e continua ad esserlo. Come vorrei, da grande, diventare un Severini!


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Paolo Alberati, Giannetto Cimurri. La "mano santa" dei campioni,
Giunti 2011, pp. 192.
Recensione di Carlo Delfino

Cimurri, un nome e una garanzia. Parlare di lui nel ciclismo è come parlare di Domenico Modugno nella storia della musica leggera. Un MITO, per un termine troppe volte usato a sproposito.
Che fortuna che ha avuto Paolo Alberati, ad aver la possibilità di scartabellare tra le 5000 foto che la famiglia, gli amici e i campioni gli hanno messo a disposizione! Che meraviglia poter consultare l’archivio Panizzi e farne un libro che non parla solo di ciclismo e di storia del pedale ma che racconta i fermenti e gli aspetti positivi del nostro paese!!!
Cimurri, era la “mano santa” per eccellenza.
Fiorenzo Magni dice che “Cimurri era capace di massaggiarti anche l’anima”. Più che massaggiatore era “soigneur”, termine francese che significa colui che si prende cura di… Praticamente, come scrisse Ermanno Mioli centrando l’obbiettivo, un “Buon Samaritano” per tutta la vita. La gente era convinta che avesse delle mani prodigiose che curassero tutti i mali.
Però la prima lezione “terapeutica” a Cimurri, neofita del massaggio, la diede Giuseppe Pancera, un gran routier che nessuno, neppure le cronache ricordano più. Ebbene, Pancera dopo una tappa del Giro 1927 viene avvicinato da Cimurri voglioso di manifestare la sua bravura nel massaggio. Ma Pancera gli fa capire che la sua principale preoccupazione dopo una corsa è “il mangiare”. Ecco quindi, serviti dall’oste, materializzarsi, come in un racconto evangelico, pane e vino che Pancera ingurgita in un amen. Nel frattempo gli racconta come si è svolta la corsa, gli racconta le proprie amarezze e si sfoga con lui. Gli getta poi sul tavolo le sue aspirazioni. Cimurri capì la lezione al volo: il ciclismo, grondante di cose semplici e di quotidianità, sarebbe stato il suo futuro. Cimurri avrebbe condiviso soprattutto gioie e dolori con gli atleti e con tutti quanti si fossero affidati alle sue cure. Naturalmente partì dai più umili, che poi furono invece quelli che gli insegnarono di più…si prese cura dei diseredati, dei molti isolati che in quelli anni tentavano la sorte iscrivendosi al Giro. Cimurri “isolato” tra gli “isolati”. Li faceva parlare, sfogare e la fatica si scioglieva con lo sfogo e con la rabbia raccontata. Ecco dove ha imparato a massaggiare l’anima.
Ma il libro, curato con rara maestria da Paolo Alberati che ha il pregio di non ricorrere mai al copia-incolla, racconta anche le sue attività nel commercio, nel calcio, nel pugilato e con le persone di tutti i giorni, mentre il ciclismo, come dice Giorgio Maioli da “eroico stava diventando epico”. Col fratello Abramo, complice e collega, piano piano entrò in contatto con i campioni: Vicini, Cottur, Servadei e poi le nazionali, il Tour, la pista, Coppi e Bartali. Una vita nello sport, insomma.
Infatti fino agli anni novanta Cimurri ha vissuto, frequentato e raccontato il ciclismo.
Quanto ci farebbe comodo nel ciclismo di oggi qualche Cimurri in più e qualche stregone in meno….

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Giuseppe Castelnovi,Tre uomini d'oro. Fiorenzo Magni, Gino Bartali, Fausto Coppi, Vallardi 2011, pp. 168.
Recensione di Carlo Delfino 

Tre uomini d’oro per l’epoca d’oro del ciclismo.
Tre uomini d’oro per la loro storia sportiva, ciclistica, sociale, familiare, umana.
Tre uomini d’oro per l’epopea delle due ruote, per le biciclette che sono diventate leggendarie, per le sponsorizzazioni “non tecniche” che sono nate dalla loro fatica e dalla loro avvedutezza.
Tre uomini d’oro per le loro amarezze che sono diventate amarezze di noi tutti.
Inutile dire chi sono questi tre uomini, non dorati, non ricoperti da una leggera patina giallastra  destina a sfiorire, ma fatti di oro massiccio a 24 carati.
Inutile stimmatizzare i meriti dell’amico Giuseppe Castelnovi, “l’Ammiraglio”, uomo rosa-Gazzetta fin dentro al… pancreas. Lui è un attento e fine collezionista di curiosità e di ghiottonerie statistiche, è ricercatore dallo stile inimitabile ed è già noto agli appassionati per essere lo storico curatore del calendario di Fausto, l’almanacco che ogni anno il consorzio novese di Massimo Merlano offre a tutti gli appassionati.
Ma veniamo a queste 168 pagine che per i tipi di EditVallardi e in veste grafica eccellente mettono a confronto le anime di Bartali, Coppi e Magni.
Ad un inevitabile confronto che analizza le loro modeste origini (tratto comune a tutti), l’ ingresso nel mondo delle corse, la personale “Guerra Mondiale” e la carriera, fa seguito poi un’immersione nella storia d’Italia degli anni cinquanta. L’evoluzione delle biciclette, l’avvento dell’automobile. L’incontro dei tre protagonisti, a loro modo già Vip, con il mondo dei Vip (papi, re, presidenti, artisti, colleghi di  altri sport, uomini politici, donne da sogno).
Un capitolo curioso prende in considerazione perfino il naso di quei tre, quell’attributo che pare caratterizzare la fisionomia del Campione.
Ma il pregio e la freschezza di questo recentissimo lavoro di Castelnovi è l’esposizione di documenti (pagelle scolastiche, certificati, registri d’albergo, cartoline) che mai avremmo immaginato di vedere. Il pregio assoluto è invece la presenza di pagine di corrispondenza privata e intima che le famiglie hanno autorizzato venissero pubblicate come ad esempio quella che il “Gino nazionale” scrisse alla moglie in occasione del Tour 1948 quando in Italia imperversava un fremito disordinato e violento a seguito dell’attentato a Togliatti.
Ma non è tutto. Curiosità a non finire si accavallano con spot pubblicitari assolutamente dell’epoca e con ciondoli, portachiavi, spartiti musicali, tappini di bottiglie e le immancabili lamette da barba.
Vi garantisco che non è la solita pubblicazione “coppibartali” déjà vu, ma siamo di fronte ad un nuovo originalissimo contributo editoriale che racconta il ciclismo, i suoi eroi attraverso l’epopea sportiva dell’Italia di guerra e soprattutto del dopoguerra, con la sua volontà di riscatto, di rinascita,
di normalità, se… normalità si può definire la contemporanea comparsa di tre “Uomini d’Oro” così.


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